Lorenzo Milani

Presbitero, insegnante, scrittore ed educatore

Lorenzo Milani nasce a Firenze il 27 maggio 1923 in una famiglia borghese. A 20 anni decide di entrare in seminario e già in questi primi anni di studio fatica ad accogliere la mentalità della Chiesa che, a suo avviso, sembra distaccarsi dalla sincerità e dall’immediatezza del Vangelo.

milani

Il suo primo incarico nel 1947 è a San Donato a Calenzano in un paese in via di industrializzazione. Don Lorenzo organizza una scuola serale per giovani operai e contadini, perché per lui la scuola è lo strumento per dare la parola ai poveri affinchè diventino più liberi, perché siano protagonisti del loro futuro, per eliminare la differenza culturale che esiste tra i più poveri e altri strati sociali.

Nel 1954 Don Lorenzo viene inviato a Barbiana, una piccola parrocchia di montagna, un luogo isolato e distante, anche per le critiche sollevate alla Chiesa locale. Rapidamente inizia a radunare i giovani in una scuola popolare e inizia così l’esperienza di quella che verrà ricordata come la “Scuola di Barbiana”. Dedica la maggior parte del suo tempo affianco ad un gruppo di ragazzi affinché possano essere consapevoli dei propri mezzi, a partire dalla conoscenza linguistica. Il motto che Don Milani adotta è l’espressione inglese «I care», letteralmente «Mi importa, ho a cuore» (in contrapposizione al «Me ne frego» di derivazione fascista). Questa frase, scritta su un cartello all’ingresso della scuola di Barbiana, riassume l’idea di una scuola orientata a promuovere una forma di attenzione, di cura e rispetto verso l’altro, sollecitando una presa di coscienza civile e sociale. Barbiana diventa un po’ alla volta un punto di riferimento per intellettuali, maestri, sacerdoti, uomini politici. Uno strumento che utilizza Lorenzo Milani soprattutto nell’ultimo periodo è la scrittura collettiva assieme ai ragazzi. È in questo modo che sorge uno degli scritti più importanti ossia “Lettere a una professoressa” che entra nella storia della pedagogia italiana. Il progetto di questo libro nasce quando due ragazzi che hanno studiato alla scuola di Barbiana vengono bocciati agli esami per il diploma. I ragazzi e don Milani prendono spunto da questa delusione per rimettere in discussione tutta la scuola Italiana. I ragazzi criticano l’istituzione scuola perché è di classe, espelle i poveri, i programmi sono sterili, è slegata dalla vita reale, ciò che si insegna a scuola non è utile ad essere cittadini consapevoli. I ragazzi fanno alcune proposte in relazione alle condizioni di partenza che devono essere uguali per tutti.

Lorenzo MIlani muore il 26 giugno 1967, solo un mese dopo l’uscita di “Lettere a una professoressa”.

Proprio oggi, 20 giugno 2017, a 50 anni dalla sua morte, per la prima volta un Papa, Papa Francesco, si è recato sulla tomba di Don Lorenzo Milani, dichiarando “Bisogna seguire il suo esempio, bisogna ridare la parola ai poveri”.

La Peste nella Repubblica di Venezia e l’invenzione del Lazzaretto

Nuovo documento 2017 06 07

Nell’Europa del 1300 si diffonde un’epidemia terribile: la peste. Fra il 1348 e il 1351, su 100 milioni di abitanti, ne muore circa il 30 per cento. Proprio per la sua capacità di diffondersi con una rapidità fulminante e di portare alla morte in pochi giorni, questa epidemia viene chiamata “peste” da “peius” per indicarla come “la peggiore malattia”.

Nella Venezia di quell’epoca la peste rappresenta una vera e propria emergenza. Le relazioni sociali sono stravolte dal terrore del contagio, il che comporta la disgregazione di ogni regola civile e un rischio, oltre che per le vite umane, anche per l’organizzazione economica, sociale e per il futuro dello stato. Le uniche soluzioni per arginare la peste sono la fuga e l’isolamento e per una città come Venezia, che vive di scambi commerciali, questo significa paralisi e squilibrio. Venezia deve continuare ad intrattenere costanti rapporti commerciali con l’Oriente e contemporaneamente adottare delle misure in difesa della salute pubblica. Nel 1423 si raggiungono i 40 morti al giorno per peste, proprio a causa dei forestieri che provengono dai territori contagiati.

Il 28 agosto 1423 il Senato della Repubblica decide di fondare un ospedale speciale permanente dedicato all’epidemia; quanti trasgrediscono all’ordine di ricovero incorrono in pene detentive e pecuniarie. L’ospedale ad alto isolamento viene costruito nell’isola di Santa Maria di Nazareth. I veneziani iniziano a chiamarlo Nazaretum e forse per la somiglianza della parola con Lazzaro, personaggio evangelico appestato, in Lazzaretto. Essendo l’ospedale collocato in un’isola ciò garantisce l’efficacia dell’isolamento.

Nel 1456 viene creato un nuovo Lazzaretto, in un’altra isola, per le persone che, sopravvissute alla peste, devono trascorrere un periodo di contumacia dove purificarsi per almeno 40 giorni prima di rientrare in città e dove devono rimanere i mercanti e i passeggeri che girano il Mediterraneo e che approdano nel porto veneziano. Anche le merci vengono controllate ed espurgate nel nuovo Lazzaretto. Inizia inoltre ad esserci bisogno di una vera e propria strategia sanitaria di prevenzione permanente e di un coordinamento tra i Lazzaretti ed è così che nel 1489 viene creato il Magistrato alla Sanità con funzioni di controllo e coordinamento. Ogni nuova nave che arrivava in città viene controllata e ogni persona contagiata viene isolata.

Nel 1630 Venezia vive l’ultima epidemia di peste. Grazie alla sua organizzazione, in questa epidemia muore circa il 32 % della popolazione mentre nello stesso anno a Milano ne muore il 46 %. L’efficacia della sua organizzazione è possibile anche dal monitoraggio continuo dei focolai epidemici nei porti e nelle nazioni straniere oltre che dalla rilevazione dei casi di peste riscontrati nelle navi arrivate in città.

Il modello veneziano di controllo e prevenzione viene gradualmente esportato in altri paesi come esemplare. Il Magistrato alla Sanità continua fino al 1700 a diffondere informazioni in tutto il Mediterraneo su eventuali focolai epidemici. Una più diffusa prevenzione significava maggiore sicurezza negli scambi commerciali e quindi grande affidabilità dei veneziani come importatori di merci.

Franco Basaglia

Psichiatra e Neurologo

Franco Basaglia nasce a Venezia l’11 marzo 1924. Nel 1943 si iscrive alla facoltà di medicina e chirurgia dell’Università di Padova e in quel periodo partecipa agli incontri di un gruppo di studenti antifascisti; per questa ragione viene arrestato e detenuto in carcere per alcuni mesi.

Franco Basaglia

Nel 1958 inizia ad insegnare Psichiatria all’Università di Padova ma per le sue idee innovative e rivoluzionarie non viene ben accolto in ambito accademico e decide così di rinunciare alla carriera universitaria.

Va a vivere a Gorizia dove nel 1961 diviene Direttore dell’Ospedale Psichiatrico. L’impatto con la realtà del manicomio è molto forte: massima segregazione dei malati mentali, camicia di forza, elettroshock… Ne rimane impressionato tanto da dichiarare: “il malato di mente entra nel manicomio come una persona per diventare una cosa”. A partire da questa esperienza inizia ad applicare un metodo terapeutico attento al malato non come essere pericoloso ma come individuo. Basaglia si ispira in particolare alla “Comunità terapeutica” di tipo inglese, avvicinandosi alla corrente dell’Antipsichiatria e quindi ad un’ottica di libertà sostanziale e anti-istituzionale (dove come istituzione si intende anche la famiglia, la scuola, la fabbrica).

A Gorizia, sotto la sua direzione, il manicomio viene profondamente trasformato.

Scrive due libri che hanno molto successo: nel 1967 “Che cos’è la psichiatria?” e nel 1968 “L’istituzione negata. Rapporto da un ospedale psichiatrico”. Scrive: “La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla. Il manicomio ha qui la sua ragion d’essere”.

Nel 1969 lavora all’ospedale di Colorno a Parma e dopo due anni diventa direttore del manicomio San Giovanni di Trieste. È in questo ospedale psichiatrico che Franco Basaglia conduce la rivoluzione maggiore. Vengono avviati laboratori di pittura e di teatro, viene formata una cooperativa di pazienti che inizia a svolgere lavori riconosciuti e retribuiti.

Nel 1977 avviene la chiusura dell’ospedale psichiatrico San Giovanni di Trieste. Il 13 maggio 1978 viene approvata la legge di riforma psichiatrica, L. n.180/1978, conosciuta anche come “Legge Basaglia” ispirata a Franco Basaglia, riconosciuto come il fondatore della concezione moderna della salute mentale. L’idea contenuta nella legge era quella di ridurre le terapie farmacologiche e la contenzione, riconoscendo appieno i diritti e la necessità di una miglior qualità di vita dei pazienti che alla chiusura dei manicomi sarebbero stati seguiti e curati da ambulatori territoriali. Il cammino si rivelò chiaramente lungo. La chiusura dell’ultimo manicomio in Italia è avvenuta solo nel 1999. Nonostante le varie proposte di revisione, la Legge 180 rimane attualmente in Italia la legge quadro che disciplina l’assistenza psichiatrica.

Franco Basaglia muore a Venezia il 29 agosto 1980.

Eleonora D'Arborea

Giudicessa e Legislatrice medievale

Eleonora d'Arborea nasce circa nel 1340. Cresce ad Oristano, in Sardegna.

Eleonora è figlia di Mariano IV, Giudice d’Arborea, un’area grande quanto un terzo dell’isola. Nella Sardegna medievale “i giudici” erano prìncipi autonomi che governavano le quattro aree della Sardegna, chiamate appunto “giudicati”, in cui era divisa l’isola.

Mentre Eleonora cresce, suo padre consolida una politica di indipendenza della Sardegna, dai sovrani di Barcellona. Eleonora eredita la stessa carica del padre. Dopo anni di lotte, decide di trattare per portare ordine e tranquillità al regno. In questa ottica, guidata dalla sua intelligenza e circondata da esperti giuristi, decide di promulgare, attorno al 1390, la nuova “Carta de Logu”, uno Statuto di importanza storica rivoluzionaria.

Eleonora dArborea

È innanzitutto significativo che Eleonora scelga di far redigere la Carta non in latino, ma in “arborense”, la lingua parlata dal suo popolo perché tutti possano capire.

La Carta introduce concetti giuridicamente molto avanzati. Afferma, ad esempio, che tutti gli uomini sono uguali davanti alla legge (principio impensabile per quell’epoca storica) senza distinzione di classe sociale. Distingue poi chi uccide volontariamente, da chi lo fa senza intenzione (ciò che oggi viene chiamato elemento soggettivo del reato). La “Carta de Logu” si occupa degli orfani minorenni e anche delle donne, in particolare regolando lo stupro. Stabilisce due principi molto avanzati: il primo affermava che il matrimonio viene considerato riparatore solo se l’uomo è di gradimento alla donna offesa e comunque, in ogni caso, l’uomo deve pagare allo Stato una multa elevata o subire il taglio di un piede. Se invece la donna non lo gradisce come marito, lo stupratore deve provvedere ugualmente al suo futuro, fornendole una dote commisurata alla sua condizione sociale per sposare un altro uomo. La Carta prevede poi che l’accusato goda di ampi diritti di difesa, impensabili in quell’epoca. Il documento regola inoltre le aggressioni, i furti, l’usura, le negligenze dei giudici, la caccia, la pastorizia, il commercio e tutto ciò che riguarda la vita giuridica, amministrativa e sociale.

Dopo essere riuscita a completare il progetto di riunire quasi tutta la Sardegna, ricacciando ai margini dell'isola le truppe aragonesi, vede distruggersi il suo progetto per la peste, che consegna senza combattere l’intero territorio agli aragonesi. Eleonora d’Arborea muore, intorno al 1404, forse anche lei per la peste.

Nel 1421 la “Carta de Logu” viene estesa dagli spagnoli a tutta la Sardegna e rimane in vigore fino al 1827. Questo è possibile, secondo gli storici, per i contenuti ricchi di sapere giuridici ma soprattutto per la perfetta adesione alla realtà sociale dell’isola, che rendono il testo legislativo una delle testimonianze più alte e durevoli della civiltà dei sardi.

Gabriele Falloppio

Botanico, anatomista, chirurgo e naturalista

Gabriele Falloppio nasce a Modena nel 1523 circa.

Rimane orfano di padre da bambino. Fin da subito ama studiare e si forma inizialmente nelle discipline umanistiche. Segue le lezioni che vengono tenute pubblicamente e liberamente nella sua città. L’attività di questo gruppo di studio e trasmissione dei saperi, chiamato “Accademia”, viene però soppresso perché tocca tematiche delicate e scomode per la Chiesa cattolica di quel periodo storico.

Gabriele Falloppio prosegue lo studio della medicina, della farmacia, dell’anatomia da autodidatta. La sua tecnica nella dissezione è così avanzata – e riconosciuta come tale – che il

Gabriele Falloppio

collegio dei medici di Modena gli chiede di eseguire l’anatomia di un giustiziato per istruire i giovani studenti.

La lezione è magistrale, anche grazie alla nuova tecnica di bollitura delle ossa e di ricostruzione dello scheletro attraverso fili di rame, che lui stesso introduce.

Inizia ad esercitare come medico ma ha anche molti insuccessi e decide così di iscriversi all’Università di Padova. Nonostante non sia ancora laureato gli viene affidato l’incarico di insegnare nell’anno accademico 1547-48, tenendo le lezioni su Dioscoride (e quindi sull’erbario fondamentale per la storia della medicina). In via ufficiosa continua a dare dimostrazioni di anatomia.

Viene chiamato ad insegnare anatomia a Pisa, dove sperimenta anche l’efficacia dell’oppio. Nelle campagne pisane continua a dedicarsi anche alla ricerca di piante ed erbe seguendo il Dioscoride.

Nel 1551 lo chiamano a Padova e gli assegnano la cattedra di chirurgia. Fin da subito è molto amato dai suoi studenti.

In questo periodo svolge molti approfondimenti sia sulle tematiche medico-naturalistiche che sulla comprensione della struttura del corpo umano che gli permette la pratica anatomica. A partire dal 1557, Gabriele Falloppio inizia ad organizzare la stesura delle sue Observationes anatomicae.

Nella sua attività e nel suo studio fa diverse importanti scoperte. Scopre il muscolo elevatore della palpebra superiore dell’occhio, descrive perfettamente l'organo dell'udito, individua i nervi degli occhi, ma soprattutto viene ricordato per la sua esemplare descrizione degli organi riproduttivi femminili e per la scoperta di quei dotti seminali a cui dà il nome specifico di "tube uterine". Le chiama così per la loro conformazione in quanto sembrano assomigliare a delle trombe di guerra. Proprio per questo vengono chiamate anche “trombe di Falloppio”.

Gabriele Falloppio muore, di polmonite, a Padova il 9 ottobre 1562. Le sue lezioni accademiche vengono raccolte dopo la sua morte dai suoi studenti. L’Opera omnia viene stampata per la prima a Francoforte e a Venezia nel 1584.

Marietta Barovier

Artista, decoratrice, designer e vetraia veneziana

 Marietta Barovier nasce e vive nella seconda metà del 1400 a Murano, l’isola di Venezia dedicata alla creazione e alla lavorazione del vetro.

È la seconda figlia di Angelo Barovier, famoso vetraio che inventa il vetro trasparente (prima era solo colorato), chiamato da allora “cristallo veneziano”, e splendidi vetri colorati.

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Dopo la morte del padre, Marietta eredita l’attività e l’arte del padre e dedica la vita completamente al vetro.

Il padre lascia solo a lei i preziosi libri con le ricette segrete per creare i colori che lo hanno reso famoso.

Marietta è da sempre molto appassionata a quest’arte e inventa nel 1480 un nuovo tipo di perle chiamate “perle a rosetta” composte da differenti strati policromi. La perla pregiata divenne una preziosa merce di scambio destinata alle colonie dell'Africa, dell'India e delle Americhe. Purtroppo un giovane garzone che lavorava nella fornace rubò a Marietta la ricetta segreta e la portò alla concorrenza.

La storia del vetro è una storia quasi esclusivamente maschile e Marietta Barovier viene ricordata quindi come una delle rare figure di donne artista vetro.

Le donne veneziane solitamente coinvolte nella creazione di oggetti di vetro erano le impiraresse, che infilavano le minuscole perle per comporre collane e oggetti preziosi. Questa professione era solo femminile ed era importante per poter sostenere la famiglia. Un’altra figura erano le mistre che facevano da intermediarie tra le fornaci e le donne impiraperle che lavorano nelle proprie case in tutta la città, a basso costo. Le Impiraresse lavoravano in gruppo appena fuori dalle case, dove chiaccheravano e si scambiavano consigli. Ancora all’inizio del 1900 a Venezia queste lavoratrici speciali erano più di 5000; oggi ne sono rimaste pochissime.

Marietta Barovier era quindi un personaggio unico proprio perché era tra le poche donne ad ereditare i segreti della creazione del Vetro in un periodo storico in cui erano principalmente gli uomini a possederli.

Pio La Torre

Pio La Torre nasce a Palermo, in Sicilia, il 24 dicembre 1927.

Fin da giovane partecipa alle lotte dei braccianti siciliani per il diritto alla coltivazione delle terre. A 18 anni, nel 1945 si iscrive al Partito Comunista. Nello stesso anno partecipa attivamente al movimento di occupazione delle terre da parte dei contadini, che aveva come slogan “la terra a tutti". La protesta dei braccianti, guidata da Pio La Torre, prevede la confisca delle terre incolte o mal coltivate e l'assegnazione in parti uguali a tutti i contadini che ne avessero bisogno.

pio la torre

Queste occupazioni portano a duri scontri con le forze dell’ordine e l'anno successivo Pio La Torre viene arrestato e condotto in carcere, dove resta per un anno e mezzo. All'uscita dal carcere riprende le lotte contadine e nel 1952 viene eletto nel Consiglio comunale a Palermo, l'anno successivo viene eletto all'Assemblea Regionale Siciliana e nel 1972 entra nel Parlamento Italiano dove partecipa alla Commissione parlamentare d'inchiesta sul fenomeno della mafia in Sicilia.

È in questo periodo che svolge il lavoro più importante che porta alla presentazione di una proposta di legge volta all'inserimento nel codice penale del reato di “associazione mafiosa”, che fino a quel momento non era previsto. La proposta prevedeva anche la confisca dei beni riconducibili alle attività illecite dei condannati.

Mentre si è vicini all’approvazione della legge, Il 30 aprile 1982, Pio La Torre viene assassinato a Palermo.

Solo 5 mesi dopo, il 13 settembre 1982, viene approvata la legge n. 646, nota come "legge Rognoni - La Torre", che introduce per la prima volta nel codice penale il delitto di associazione a delinquere di tipo mafioso e la legislazione che ha segnato una svolta decisiva nella lotta alle mafie in Italia.

Pio La Torre capì che per dare una svolta alla lotta contro le organizzazioni criminali era fondamentale colpirle nelle ricchezze e nei patrimoni accumulati: toglierli significava indebolire le associazioni criminali, diminuendo il loro prestigio e potere.

Assieme alla legge 109/96 sul riutilizzo a fini sociali dei beni confiscati alle mafie, la “legge Rognoni-La Torre” ha costituito un'opportunità unica per creare lavoro pulito e per restituire alla comunità i propri spazi.

Dal 1982 si parla di decine di migliaia di beni sequestrati e confiscati; beni come terreni, ville, cascine, castelli, alberghi, cliniche, supermercati, stabilimenti balneari, auto di lusso.

Attualmente molti sono però i beni immobili e aziendali non destinati e/o non effettivamente riutilizzati perché non è facile rendere applicabili queste due leggi. Rimane il fatto che la legge promossa da Pio La Torre è stata sicuramente un passaggio fondamentale nel contrasto alle mafie in Italia.

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