Rodolfo Siviero

Agente segreto, storico dell'arte e intellettuale

Rodolfo Siviero nasce a Guardistallo, in Toscana, il 24 dicembre 1911.

Studia arte e letteratura all’Università di Firenze con l’obiettivo di diventare un critico d’arte. Negli anni ‘30 diventa un agente segreto per il Servizio Informazioni Militare italiano e aderisce al Fascismo. Dopo l’8 settembre 1943, giorno in cui l’Italia rompe l’alleanza con la Germania e si allea con gli anglo-americani, Rodolfo Siviero si schiera con il fronte antifascista.

rodolfo siviero

Per sua iniziativa comincia a monitorare un corpo militare nazista istituito originariamente con l’obiettivo di proteggere il patrimonio culturale dai danni della guerra ma che si occupava in realtà di trafugare dall'Italia verso la Germania il maggior numero di opere d'arte. Durante la guerra molti convogli nazisti partono verso il Nord, zeppi di quadri e statue sottratti ai musei, ma sorvegliati in segreto da uomini di Siviero. A Firenze, Rodolfo Siviero, organizza e dirige un nucleo clandestino che, in collaborazione con gli alleati e i partigiani, sviluppa una rischiosa attività spionistica, grazie alla quale, subito dopo la fine della guerra, buona parte del patrimonio esportato può fare ritorno in Italia.

Dall'aprile al giugno 1944 viene imprigionato e torturato dalle milizie fasciste ma resiste agli interrogatori.

Alla fine della guerra, nel 1946, il Presidente del Consiglio dei ministri Alcide De Gasperi nomina Rodolfo Siviero "Ministro plenipotenziario" affidandogli l'incarico di dirigere una missione diplomatica in Germania con l’obiettivo di stabilire il principio della restituzione delle opere trafugate all'Italia. Continua a lavorare in questo anche se non aiutato dalle istituzioni.

Rodolfo Siviero aiuta a riportare in Italia la maggior parte delle opere rubate dal museo di Napoli, dalla galleria degli Uffizi, dei musei fiorentini, delle chiese della Toscana, da Venezia. Anche dopo questo importante lavoro, Siviero – a partire dagli anni cinquanta – si occupa sistematicamente di ricercare, per conto del Governo, tutte le opere d'arte che vengono rubate ed esportate dall'Italia. Questa intensa attività dura fino alla sua morte.

Si ricordano in particolare alcune azioni di recupero, coordinate da Rodolfo Siviero. La prima, il salvataggio del dipinto Annunciazione del Beato Angelico durante l'occupazione tedesca. Nel 1944 Siviero viene a conoscenza della richiesta di Hermann Göring di entrare in possesso dell'opera d'arte e, con l'aiuto di due frati del convento di piazza Savonarola, riesce a nasconderlo ai militari tedeschi incaricati di prendere l’opera.

La seconda, il ritrovamento della Madonna con Bambino del Masaccio recuperata da Rodolfo Siviero una prima volta nel 1947 e successivamente il 9 aprile 1973 a seguito del suo furto avvenuto due anni prima.

Rodolfo Siviero muore a Firenze il 26 ottobre 1983. Verrà ricordato come lo "007 dell'arte".

Modesta Dal Pozzo

Poetessa

Modesta Dal Pozzo nasce a Venezia il 15 giugno 1555 e quando ha solo un anno di vita rimane orfana dei genitori. Cresce fino a 9 anni in un monastero e successivamente viene affidata ai nonni materni. Fin da piccola, Modesta mostra di avere una memoria eccezionale ed un particolare interesse per la letteratura. Una zia appoggia Modesta in questo interesse e la educa a comporre versi poetici e ad approfondire le proprie conoscenze. Quando la zia si sposa, Modesta va a vivere con la coppia: il nuovo zio la aiuta a completare la sua formazione culturale. Sempre lo zio le trova uno sposo e, nel 1572, Modesta si sposa con l'avvocato Filippo Giorgi, con il quale ha quattro figli.

Modesta Dal Pozzo

Modesta continua ad essere appassionata di letteratura. Nel 1581 pubblica a Venezia, sotto lo pseudonimo di “Moderata Fonte”, “i Tredici canti del Floridoro”, poema dedicato al matrimonio dei granduchi di Toscana Francesco De' Medici e Bianca Capello dove anticipa già alcune riflessioni sulla condizione femminile dell'epoca. L'autrice osserva che la presunta inferiorità della donna rispetto all'uomo non è determinata da fattori biologici, ma dalla diversa educazione che ella riceve; Modesta rivendica per la donna il diritto allo studio e un ruolo non subalterno nella società.

La sua opera principale è “Il merito delle donne”, pubblicato nel 1600 a 8 anni dalla morte. Si tratta di un dialogo tra sette donne veneziane che rappresentano le situazioni femminili più tipiche: la sposa novella, la sposa giovane, la maritata da tempo, la vedova, la madre attempata insieme con la figliola, l'intellettuale nubile. L'opportunità di poter conversare senza la presenza di uomini consente alle amiche un esame dei rapporti fra i sessi condotto in assoluta libertà. Modesta nell’opera letteraria racconta il confronto tra queste donne.

Il gruppo parla della vita autonoma e della felicità nella solitudine della vedova giovane senza problemi economici e della letterata non sposata. Le altre donne notano come sia deludente la loro condizione di sposate, e più genericamente, tutto il gruppo lamenta l'ingiusto trattamento riservato dagli uomini. Viene presentata un'immagine femminile in cui si riassumono le numerose qualità possedute dalle donne, le quali sono dolci, pazienti e benigne, in tutto superiori e pronte a donarsi. Le sette amiche affrontano il tema dell'attaccamento emotivo all'uomo, cercando di capire la ragione per cui le donne siano agli uomini "schiave volontarie fino alla morte"; su questo problema il gruppo si arresta e non riesce a sviscerare la complessa questione dell’affettività. L’opera si conclude così con una modesta richiesta di maggiore comprensione da parte degli uomini.

Quattrocento anni dopo, è davvero interessante studiare le opere letterarie di Modesta Dal Pozzo, come fossero l’inizio di un approfondimento ancora molto attuale.

Modesta muore di parto a 42 anni, il 2 novembre 1592.

Lorenzo Milani

Presbitero, insegnante, scrittore ed educatore

Lorenzo Milani nasce a Firenze il 27 maggio 1923 in una famiglia borghese. A 20 anni decide di entrare in seminario e già in questi primi anni di studio fatica ad accogliere la mentalità della Chiesa che, a suo avviso, sembra distaccarsi dalla sincerità e dall’immediatezza del Vangelo.

milani

Il suo primo incarico nel 1947 è a San Donato a Calenzano in un paese in via di industrializzazione. Don Lorenzo organizza una scuola serale per giovani operai e contadini, perché per lui la scuola è lo strumento per dare la parola ai poveri affinchè diventino più liberi, perché siano protagonisti del loro futuro, per eliminare la differenza culturale che esiste tra i più poveri e altri strati sociali.

Nel 1954 Don Lorenzo viene inviato a Barbiana, una piccola parrocchia di montagna, un luogo isolato e distante, anche per le critiche sollevate alla Chiesa locale. Rapidamente inizia a radunare i giovani in una scuola popolare e inizia così l’esperienza di quella che verrà ricordata come la “Scuola di Barbiana”. Dedica la maggior parte del suo tempo affianco ad un gruppo di ragazzi affinché possano essere consapevoli dei propri mezzi, a partire dalla conoscenza linguistica. Il motto che Don Milani adotta è l’espressione inglese «I care», letteralmente «Mi importa, ho a cuore» (in contrapposizione al «Me ne frego» di derivazione fascista). Questa frase, scritta su un cartello all’ingresso della scuola di Barbiana, riassume l’idea di una scuola orientata a promuovere una forma di attenzione, di cura e rispetto verso l’altro, sollecitando una presa di coscienza civile e sociale. Barbiana diventa un po’ alla volta un punto di riferimento per intellettuali, maestri, sacerdoti, uomini politici. Uno strumento che utilizza Lorenzo Milani soprattutto nell’ultimo periodo è la scrittura collettiva assieme ai ragazzi. È in questo modo che sorge uno degli scritti più importanti ossia “Lettere a una professoressa” che entra nella storia della pedagogia italiana. Il progetto di questo libro nasce quando due ragazzi che hanno studiato alla scuola di Barbiana vengono bocciati agli esami per il diploma. I ragazzi e don Milani prendono spunto da questa delusione per rimettere in discussione tutta la scuola Italiana. I ragazzi criticano l’istituzione scuola perché è di classe, espelle i poveri, i programmi sono sterili, è slegata dalla vita reale, ciò che si insegna a scuola non è utile ad essere cittadini consapevoli. I ragazzi fanno alcune proposte in relazione alle condizioni di partenza che devono essere uguali per tutti.

Lorenzo MIlani muore il 26 giugno 1967, solo un mese dopo l’uscita di “Lettere a una professoressa”.

Proprio oggi, 20 giugno 2017, a 50 anni dalla sua morte, per la prima volta un Papa, Papa Francesco, si è recato sulla tomba di Don Lorenzo Milani, dichiarando “Bisogna seguire il suo esempio, bisogna ridare la parola ai poveri”.

La Peste nella Repubblica di Venezia e l’invenzione del Lazzaretto

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Nell’Europa del 1300 si diffonde un’epidemia terribile: la peste. Fra il 1348 e il 1351, su 100 milioni di abitanti, ne muore circa il 30 per cento. Proprio per la sua capacità di diffondersi con una rapidità fulminante e di portare alla morte in pochi giorni, questa epidemia viene chiamata “peste” da “peius” per indicarla come “la peggiore malattia”.

Nella Venezia di quell’epoca la peste rappresenta una vera e propria emergenza. Le relazioni sociali sono stravolte dal terrore del contagio, il che comporta la disgregazione di ogni regola civile e un rischio, oltre che per le vite umane, anche per l’organizzazione economica, sociale e per il futuro dello stato. Le uniche soluzioni per arginare la peste sono la fuga e l’isolamento e per una città come Venezia, che vive di scambi commerciali, questo significa paralisi e squilibrio. Venezia deve continuare ad intrattenere costanti rapporti commerciali con l’Oriente e contemporaneamente adottare delle misure in difesa della salute pubblica. Nel 1423 si raggiungono i 40 morti al giorno per peste, proprio a causa dei forestieri che provengono dai territori contagiati.

Il 28 agosto 1423 il Senato della Repubblica decide di fondare un ospedale speciale permanente dedicato all’epidemia; quanti trasgrediscono all’ordine di ricovero incorrono in pene detentive e pecuniarie. L’ospedale ad alto isolamento viene costruito nell’isola di Santa Maria di Nazareth. I veneziani iniziano a chiamarlo Nazaretum e forse per la somiglianza della parola con Lazzaro, personaggio evangelico appestato, in Lazzaretto. Essendo l’ospedale collocato in un’isola ciò garantisce l’efficacia dell’isolamento.

Nel 1456 viene creato un nuovo Lazzaretto, in un’altra isola, per le persone che, sopravvissute alla peste, devono trascorrere un periodo di contumacia dove purificarsi per almeno 40 giorni prima di rientrare in città e dove devono rimanere i mercanti e i passeggeri che girano il Mediterraneo e che approdano nel porto veneziano. Anche le merci vengono controllate ed espurgate nel nuovo Lazzaretto. Inizia inoltre ad esserci bisogno di una vera e propria strategia sanitaria di prevenzione permanente e di un coordinamento tra i Lazzaretti ed è così che nel 1489 viene creato il Magistrato alla Sanità con funzioni di controllo e coordinamento. Ogni nuova nave che arrivava in città viene controllata e ogni persona contagiata viene isolata.

Nel 1630 Venezia vive l’ultima epidemia di peste. Grazie alla sua organizzazione, in questa epidemia muore circa il 32 % della popolazione mentre nello stesso anno a Milano ne muore il 46 %. L’efficacia della sua organizzazione è possibile anche dal monitoraggio continuo dei focolai epidemici nei porti e nelle nazioni straniere oltre che dalla rilevazione dei casi di peste riscontrati nelle navi arrivate in città.

Il modello veneziano di controllo e prevenzione viene gradualmente esportato in altri paesi come esemplare. Il Magistrato alla Sanità continua fino al 1700 a diffondere informazioni in tutto il Mediterraneo su eventuali focolai epidemici. Una più diffusa prevenzione significava maggiore sicurezza negli scambi commerciali e quindi grande affidabilità dei veneziani come importatori di merci.

Franco Basaglia

Psichiatra e Neurologo

Franco Basaglia nasce a Venezia l’11 marzo 1924. Nel 1943 si iscrive alla facoltà di medicina e chirurgia dell’Università di Padova e in quel periodo partecipa agli incontri di un gruppo di studenti antifascisti; per questa ragione viene arrestato e detenuto in carcere per alcuni mesi.

Franco Basaglia

Nel 1958 inizia ad insegnare Psichiatria all’Università di Padova ma per le sue idee innovative e rivoluzionarie non viene ben accolto in ambito accademico e decide così di rinunciare alla carriera universitaria.

Va a vivere a Gorizia dove nel 1961 diviene Direttore dell’Ospedale Psichiatrico. L’impatto con la realtà del manicomio è molto forte: massima segregazione dei malati mentali, camicia di forza, elettroshock… Ne rimane impressionato tanto da dichiarare: “il malato di mente entra nel manicomio come una persona per diventare una cosa”. A partire da questa esperienza inizia ad applicare un metodo terapeutico attento al malato non come essere pericoloso ma come individuo. Basaglia si ispira in particolare alla “Comunità terapeutica” di tipo inglese, avvicinandosi alla corrente dell’Antipsichiatria e quindi ad un’ottica di libertà sostanziale e anti-istituzionale (dove come istituzione si intende anche la famiglia, la scuola, la fabbrica).

A Gorizia, sotto la sua direzione, il manicomio viene profondamente trasformato.

Scrive due libri che hanno molto successo: nel 1967 “Che cos’è la psichiatria?” e nel 1968 “L’istituzione negata. Rapporto da un ospedale psichiatrico”. Scrive: “La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla. Il manicomio ha qui la sua ragion d’essere”.

Nel 1969 lavora all’ospedale di Colorno a Parma e dopo due anni diventa direttore del manicomio San Giovanni di Trieste. È in questo ospedale psichiatrico che Franco Basaglia conduce la rivoluzione maggiore. Vengono avviati laboratori di pittura e di teatro, viene formata una cooperativa di pazienti che inizia a svolgere lavori riconosciuti e retribuiti.

Nel 1977 avviene la chiusura dell’ospedale psichiatrico San Giovanni di Trieste. Il 13 maggio 1978 viene approvata la legge di riforma psichiatrica, L. n.180/1978, conosciuta anche come “Legge Basaglia” ispirata a Franco Basaglia, riconosciuto come il fondatore della concezione moderna della salute mentale. L’idea contenuta nella legge era quella di ridurre le terapie farmacologiche e la contenzione, riconoscendo appieno i diritti e la necessità di una miglior qualità di vita dei pazienti che alla chiusura dei manicomi sarebbero stati seguiti e curati da ambulatori territoriali. Il cammino si rivelò chiaramente lungo. La chiusura dell’ultimo manicomio in Italia è avvenuta solo nel 1999. Nonostante le varie proposte di revisione, la Legge 180 rimane attualmente in Italia la legge quadro che disciplina l’assistenza psichiatrica.

Franco Basaglia muore a Venezia il 29 agosto 1980.

Eleonora D'Arborea

Giudicessa e Legislatrice medievale

Eleonora d'Arborea nasce circa nel 1340. Cresce ad Oristano, in Sardegna.

Eleonora è figlia di Mariano IV, Giudice d’Arborea, un’area grande quanto un terzo dell’isola. Nella Sardegna medievale “i giudici” erano prìncipi autonomi che governavano le quattro aree della Sardegna, chiamate appunto “giudicati”, in cui era divisa l’isola.

Mentre Eleonora cresce, suo padre consolida una politica di indipendenza della Sardegna, dai sovrani di Barcellona. Eleonora eredita la stessa carica del padre. Dopo anni di lotte, decide di trattare per portare ordine e tranquillità al regno. In questa ottica, guidata dalla sua intelligenza e circondata da esperti giuristi, decide di promulgare, attorno al 1390, la nuova “Carta de Logu”, uno Statuto di importanza storica rivoluzionaria.

Eleonora dArborea

È innanzitutto significativo che Eleonora scelga di far redigere la Carta non in latino, ma in “arborense”, la lingua parlata dal suo popolo perché tutti possano capire.

La Carta introduce concetti giuridicamente molto avanzati. Afferma, ad esempio, che tutti gli uomini sono uguali davanti alla legge (principio impensabile per quell’epoca storica) senza distinzione di classe sociale. Distingue poi chi uccide volontariamente, da chi lo fa senza intenzione (ciò che oggi viene chiamato elemento soggettivo del reato). La “Carta de Logu” si occupa degli orfani minorenni e anche delle donne, in particolare regolando lo stupro. Stabilisce due principi molto avanzati: il primo affermava che il matrimonio viene considerato riparatore solo se l’uomo è di gradimento alla donna offesa e comunque, in ogni caso, l’uomo deve pagare allo Stato una multa elevata o subire il taglio di un piede. Se invece la donna non lo gradisce come marito, lo stupratore deve provvedere ugualmente al suo futuro, fornendole una dote commisurata alla sua condizione sociale per sposare un altro uomo. La Carta prevede poi che l’accusato goda di ampi diritti di difesa, impensabili in quell’epoca. Il documento regola inoltre le aggressioni, i furti, l’usura, le negligenze dei giudici, la caccia, la pastorizia, il commercio e tutto ciò che riguarda la vita giuridica, amministrativa e sociale.

Dopo essere riuscita a completare il progetto di riunire quasi tutta la Sardegna, ricacciando ai margini dell'isola le truppe aragonesi, vede distruggersi il suo progetto per la peste, che consegna senza combattere l’intero territorio agli aragonesi. Eleonora d’Arborea muore, intorno al 1404, forse anche lei per la peste.

Nel 1421 la “Carta de Logu” viene estesa dagli spagnoli a tutta la Sardegna e rimane in vigore fino al 1827. Questo è possibile, secondo gli storici, per i contenuti ricchi di sapere giuridici ma soprattutto per la perfetta adesione alla realtà sociale dell’isola, che rendono il testo legislativo una delle testimonianze più alte e durevoli della civiltà dei sardi.

Gabriele Falloppio

Botanico, anatomista, chirurgo e naturalista

Gabriele Falloppio nasce a Modena nel 1523 circa.

Rimane orfano di padre da bambino. Fin da subito ama studiare e si forma inizialmente nelle discipline umanistiche. Segue le lezioni che vengono tenute pubblicamente e liberamente nella sua città. L’attività di questo gruppo di studio e trasmissione dei saperi, chiamato “Accademia”, viene però soppresso perché tocca tematiche delicate e scomode per la Chiesa cattolica di quel periodo storico.

Gabriele Falloppio prosegue lo studio della medicina, della farmacia, dell’anatomia da autodidatta. La sua tecnica nella dissezione è così avanzata – e riconosciuta come tale – che il

Gabriele Falloppio

collegio dei medici di Modena gli chiede di eseguire l’anatomia di un giustiziato per istruire i giovani studenti.

La lezione è magistrale, anche grazie alla nuova tecnica di bollitura delle ossa e di ricostruzione dello scheletro attraverso fili di rame, che lui stesso introduce.

Inizia ad esercitare come medico ma ha anche molti insuccessi e decide così di iscriversi all’Università di Padova. Nonostante non sia ancora laureato gli viene affidato l’incarico di insegnare nell’anno accademico 1547-48, tenendo le lezioni su Dioscoride (e quindi sull’erbario fondamentale per la storia della medicina). In via ufficiosa continua a dare dimostrazioni di anatomia.

Viene chiamato ad insegnare anatomia a Pisa, dove sperimenta anche l’efficacia dell’oppio. Nelle campagne pisane continua a dedicarsi anche alla ricerca di piante ed erbe seguendo il Dioscoride.

Nel 1551 lo chiamano a Padova e gli assegnano la cattedra di chirurgia. Fin da subito è molto amato dai suoi studenti.

In questo periodo svolge molti approfondimenti sia sulle tematiche medico-naturalistiche che sulla comprensione della struttura del corpo umano che gli permette la pratica anatomica. A partire dal 1557, Gabriele Falloppio inizia ad organizzare la stesura delle sue Observationes anatomicae.

Nella sua attività e nel suo studio fa diverse importanti scoperte. Scopre il muscolo elevatore della palpebra superiore dell’occhio, descrive perfettamente l'organo dell'udito, individua i nervi degli occhi, ma soprattutto viene ricordato per la sua esemplare descrizione degli organi riproduttivi femminili e per la scoperta di quei dotti seminali a cui dà il nome specifico di "tube uterine". Le chiama così per la loro conformazione in quanto sembrano assomigliare a delle trombe di guerra. Proprio per questo vengono chiamate anche “trombe di Falloppio”.

Gabriele Falloppio muore, di polmonite, a Padova il 9 ottobre 1562. Le sue lezioni accademiche vengono raccolte dopo la sua morte dai suoi studenti. L’Opera omnia viene stampata per la prima a Francoforte e a Venezia nel 1584.

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